Come affrontare la sofferenza delle persone che amiamo senza esserne travolti

Mani che si stringono per offrire conforto nella sofferenza delle persone care.

Imparare a riconoscere i nostri solchi, ascoltare davvero l’altro e trasformare il dolore in un’occasione di compassione consapevole.

C’è tanta sofferenza attorno a noi, in questo periodo storico, e non sempre è facile gestirla. Soprattutto quando a soffrire sono le persone che amiamo.

Ci sono momenti in cui il loro dolore ci fa quasi più male del nostro. Per me è un’esperienza che mi accompagna fin da quando ero piccola e credo che sia comune a molti di noi.

Di fronte alla sofferenza dell’altro, vorremmo fare qualcosa, trovare le parole giuste, alleviare il suo dolore. A volte vorremmo addirittura prenderne un po’ su di noi, pur di vederlo stare meglio.

Ma spesso ci rendiamo conto che non possiamo fare nulla.

Allora ci sentiamo impotenti. Ci preoccupiamo, ci tormentiamo, continuiamo a pensarci. Magari ci sentiamo persino in colpa quando riusciamo a vivere un momento di serenità, mentre qualcuno che amiamo sta soffrendo.

Ma la nostra sofferenza aggiunge davvero qualcosa alla sua?

Se una persona sta annegando, non l’aiutiamo gettandoci in acqua e lasciandoci trascinare a fondo insieme a lei. Abbiamo bisogno di trovare un punto di stabilità dal quale poterle tendere la mano.

E tuttavia c’è anche il rischio opposto: allontanarci, perché il suo dolore ci fa troppa paura.

Quando la sofferenza degli altri risveglia i nostri solchi

Di fronte alla sofferenza degli altri, non reagiamo soltanto al loro dolore, ma anche a tutto ciò che quel dolore risveglia dentro di noi.

Ed ecco che entrano in scena i nostri vecchi solchi!

Nel Metodo Liberi dai vecchi solchi®, chiamiamo solchi quegli schemi interiori profondamente radicati che ci portano a ripetere automaticamente determinate reazioni, convinzioni e comportamenti, spesso senza rendercene conto.

Alcuni di questi solchi ci spingono a farci carico della sofferenza altrui.

«Devo assolutamente fare qualcosa per aiutarlo».

Ci sentiamo responsabili del suo benessere e viviamo come un fallimento personale l’impossibilità di alleviare il suo dolore.

«Se lui soffre, non posso essere felice».

Confondiamo l’amore con il sacrificio, come se la nostra serenità fosse un tradimento o soffrire insieme fosse una prova d’amore.

«Se non intervengo, succederà il peggio».

Il bisogno di controllo ci spinge a preoccuparci incessantemente, ad anticipare problemi e a cercare soluzioni anche quando non sono nelle nostre mani.

Ma ci sono anche solchi che ci spingono nella direzione opposta: fuggire dal dolore dell’altro, perché non riusciamo a sostenere ciò che suscita dentro di noi.

Quando cerchiamo di fuggire dal dolore dell’altro

Questa fuga può assumere forme molto sottili.

Possiamo minimizzare: «Vedrai che non è così grave».

Cercare immediatamente il lato positivo: «Dai, pensa a tutte le cose belle che hai!».

Oppure rifugiarci prematuramente nella spiritualità: «Devi avere fiducia, tutto succede per una ragione».

Non c’è niente di sbagliato, di per sé, nel cercare di rassicurare o incoraggiare qualcuno. Ma se lo facciamo troppo presto, rischiamo di non lasciare spazio al suo dolore, impedendogli di sentirsi veramente accolto, compreso, visto e ascoltato.

A volte cambiamo argomento, ci precipitiamo a dare consigli, ci chiudiamo emotivamente o arriviamo perfino a evitare la persona che soffre.

Non necessariamente perché non ci importi di lei, ma perché il suo dolore risveglia qualcosa che facciamo fatica ad affrontare.

E così, paradossalmente, tanto il bisogno compulsivo di salvare quanto la fuga possono nascere dalla stessa difficoltà: rimanere presenti davanti alla sofferenza.

La compassione consapevole: imparare a esserci

Esiste però una terza strada: quella della compassione consapevole.

Possiamo imparare a riconoscere ciò che accade dentro di noi, senza lasciarci trascinare automaticamente dalle nostre reazioni.

Quando qualcuno che amiamo sta soffrendo, proviamo a chiederci:

  • Che cosa sto provando in questo momento?
  • Che cosa temo? Che cosa sento di dover assolutamente fare o evitare?
  • Quale vecchio solco potrebbe essersi risvegliato?
  • Di che cosa ha davvero bisogno questa persona, al di là di ciò che io sento il bisogno di fare per lei?

Quest’ultima domanda è particolarmente importante.

Quando siamo completamente assorbiti dalle nostre paure, dalle nostre aspettative o dal bisogno di trovare una soluzione, rischiamo di non riuscire più ad ascoltare davvero l’altro.

E, come abbiamo esplorato di recente anche con gli allievi della Scuola Solchi durante un corso sull’Ascolto supercosciente e compassionevole, a volte il dono più grande che possiamo offrire è semplicemente una presenza amorevole, capace di accogliere senza giudicare, minimizzare o avere fretta che tutto torni a posto.

Amare senza perdere la nostra pace

Tutto questo non significa che non dobbiamo soffrire quando soffrono le persone che amiamo. La compassione può accompagnarsi alle lacrime, alla tristezza e persino allo smarrimento.

E non significa neppure che dobbiamo essere sempre disponibili: a volte abbiamo bisogno di riconoscere e rispettare anche i nostri limiti.

Ma possiamo imparare a distinguere il dolore naturale dalla sofferenza aggiuntiva creata dai nostri solchi.

Possiamo ascoltare noi stessi, ascoltare l’altro e, contemporaneamente, rivolgere la nostra attenzione alla Presenza divina, affidandole ciò che non siamo in grado di cambiare e chiedendo di diventare strumenti sempre più puri del Suo amore.

Una storia sull’amore e sulla Presenza divina

Vorrei concludere con una breve storia tratta da un film che mi piace ogni tanto riguardare, L’amore arriva dolcemente: una bellissima storia di amore e di fede.

A un certo punto, per spiegare la sua fede anche nei momenti più duri, il protagonista fa un esempio: quando sua figlia va in giardino a giocare, lui non può garantirle che non cadrà e non si farà male, ma può garantirle che ci sarà per aiutarla a rialzarsi e consolarla. Propio come fa Dio, che non ci promette una vita senza sofferenza, ma la Sua presenza amorevole per aiutarci ad attraversarla.

Guarda il film 

A volte, quindi, sostenere l’altro nei momenti difficili significa semplicemente accompagnarlo, con tutto l’amore di cui siamo capaci, mentre attraversa qualcosa che non possiamo attraversare per lui.

Senza annegare insieme a lui, ma neppure abbandonandolo sulla riva.

E, in tutto questo, diventando sempre più consapevoli di ciò che si muove dentro e tutt’attorno a noi: quella Presenza d’Amore che non ci promette che tutto sarà facile, ma alla quale possiamo affidarci con la fiducia che, anche attraverso le esperienze più difficili, possiamo continuare a crescere, amare ed evolvere.

Ciao, sono Sahaja!

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